MA DOVE CA**O VUOLE ANDARE MARCHEBBELLO?

 

Hägar-the-Horrible

Hägar-the-Horrible, dal sito hagarthehorrible.com @Dik Browne.


Diversi nostri lettori sono perplessi per il fatto che Marchebbello si è spostato quasi in pianta stabile su Facebook, con la pagina omonima
, che raccoglie circa 550 Mi piace, 80 dei quali espressi nelle ultime 4 settimane, con una campagna mirata. Sui social Marchebbello si abbandona alla satira, alla battuta fulminea, al paradosso, all’estrapolazione intellettualistica, filosofica, alla boutade, al gioco linguistico; a un linguaggio, in definitiva, più disinibito.

3122_prima settimana giugno

Marchebbello è quindi diventato, complice l’ambiente e le possibilità di condivisione dei social, un blogazine fatto di video, foto, flash spesso trasmessi in diretta da posti dove ci troviamo a godere di uno spettacolo, di un paesaggio, di un confronto in pubblico: una miscellanea, un caleidoscopio di notizie, impressioni, spunti, critiche, osservazioni su una terra così bella che se ci buttassimo il diserbante sopra per 300 anni nel 2317 ci troveremmo qui a dire “Però le Marche, che bèèèèllèèèèèèèèèè!”, come fanno i milanesi quando nominiamo la nostra regione nei dintorni del Naviglio, oggigiorno.
E però questa dispersione un po’ “artistica”, questa scarica di 20-25 post al giorno su Facebook, con atteggiamenti che appaiono strafottenti, derisori e anche peggio, non piace a tutti. Ed è spesso tacciata come “partigianeria”, perché diciamo il nostro pensiero, come “follia”, perché incrociamo stili, geografie, link e suggestioni, come “calunnia”, perché facciamo nomi e cognomi anche di persone incapaci, incompetenti o generalmente ritenute pericolose. Sicché uno si domanda: “Ma dove vuole andare, che vuol fare Trevisani?”. E ancora: “Ma perché non stai un po’ in pace, invece de cercà danno?”.

area-da-sud

L’area del Burchio vista da sud-est, con la frana in avanzamento, cartografata P3 nelle mappe del PAI che non piacciono al Comune di Porto Recanati, scavata in verticale dal corso del fiume Potenza – la zona delle Llame, per stare all’espressione dialettale con cui è indicata l’area.

Ma veramente il problema che vogliamo evidenziare è proprio questo dei “danni”: perché alle Marche stiamo facendo molto male, molto male taciuto – per comodità e timori – che perciò – con l’aiuto di una parte dell’informazione, bigotta, codina e in soggezione, quando non complice dei lampisteri della politica e degli affari – passa inosservato. Sicché questo nostro dire, con sarcasmi, con parresìa, inquieta, scoccia e desta antipatia nei confronti del giornalista, che a questo punto è detestato, o compatito, o visto con irritazione, per il suo sforzo di essere all’altezza del filosofo, del maestro, del suo concetto del mestiere. E tutto ciò molto al di là del fatto che poi si rischi davvero qualcosa – giacché nella Repubblica del Bobò che hanno edificato Partito Democratico, UDC e vari imprenditori, faccendieri e biscazzieri nelle Marche i rischi sono quasi sempre minacciati, paventati, suggeriti, ingigantiti, per intimidire, spaventare, condizionare l’azione dei cronisti, degli attivisti, dei terremotati, degli sfollati, di chi chiede giustizia, ascolto, dibattito.

Ora, l’autore di Marchebbello si chiama Alessandro Trevisani​, ha 45 anni – e non 15 – e dopo 11 anni di professionismo giornalistico – dove ha lavorato per Corriere della Sera, Fatto Quotidiano, Mediaset e diversi altri, piazzandosi n. 160 tra 2928 che hanno tentato il concorso pubblico per entrare in RAI nel 2015 – ha tratto questa conclusione: senza mezzi e col solo uso dei social è POSSIBILE disarticolare l’accrocco di affari&interessi&silenzi&politica, parlando alle persone libere – del resto chi è schiavo non ci ascolta comunque, anche se capisce benissimo quello che diciamo, molto meglio dei cittadini ignari e schiavi lo stesso, ma schiavi inconsapevolmente. E così, parlando un po’ con la voce dei “liberi”, un po’ con la voce di chi per paura, spavento di ricatti e autentica intimidazione deve tacere per forza, si può scalfire in modo robusto questo sistema che ci prende la borsa e ci lascia il “campare”, che non è la stessa cosa dell’esistere, cioè della sola vita degna che conosciamo.

Come fare, quindi, a resuscitare uno spazio pubblico che è diventato un mercato delle vacche e dei silenzi vigliacchi e comodi, gestito in sinergia dalla Chiesa, dai costruttori, dalle consorterie, dagli editori e dai mammasantissima della politica? Si può fare con la satira, con l’ironia, col sarcasmo, con le DOMANDE. Con le foto, coi video, lasciando interagire, anche nella polemica, i pensieri confliggenti, discordanti, inespressi, che su Marchebbello, una volta strofinata la patina di diffidenza e paura, possono trovare spazio di esplicitazione.

Soprattutto bisogna RIDERE, spellando via il vestito di un re che è già nudo e che si fa male col “nostro piangere”, ma più ancora, crediamo, col nostro sbellicarci. E bisogna DIVERTIRSI, come ha detto bene il direttore del Fatto.it Peter Gomez a Porto Sant’Elpidio, per Parole&Nuvole, lo scorso 7 giugno.

Perché al giornalista non interessa CHI si arrabbia, o fare la conta di quante volte ha offeso Tizio e quante Caio, con quella contorsione del servilismo che oggi si chiama “par condicio”, per cui si dovrebbe mettere a tutti i politici lo stesso “voto”, per sembrare equanimi, come se le persone fossero tutte uguali e il compito del cronista fosse ammannirvi questa pantomima goldonesca; e invece no, al giornalista interessa COSA succede, e poterlo dire liberamente, appunto “divertendosi”, cioè esprimendo la propria passione di informare e dire il proprio pensiero, nello stesso modo tambureggiante, sincopato e disinvolto dei Mao Branca di Marina di Montemarciano.

Perché a Marchebbello, lo ripetiamo, non interessa campare e mettersi la divisa del giornalista, col tesserino e la firmetta sotto al pezzo; no, a Marchebbello interessa esistere, cioè, latinamente, EX-ISTERE, “spuntare fuori”, che letteralmente si potrebbe tradurre con “stare fuori”. Ecco, vedete l’etimologia come ci aiuta? Proprio perché siamo in questa “estasi”, in questo “stare fuori”, ci dicono che siamo “matti”, o che facciamo i protagonisti. Perché esistere davvero, da queste parti, cioè fare davvero i giornalisti, gli avvocati, i giudici, le forze dell’ordine, i commercianti, gli artisti, i professionisti e gli artigiani, senza baciare le mani e leccare i sederi, senza attaccarsi a qualche branco atteggiandosi a “egregi” ben dentro il gregge, è un fatto vistoso, rumoroso, complesso. Anzi è quasi vietato, e nelle Marche mette molto in imbarazzo tantissime persone il fatto di dire e agire liberamente. Ma abbiate pazienza, purtroppo per gente come noi ex-istere e vivere sono la stessa cosa. Quindi ci dispiace tanto se ogni tanto vi ci rompete le corna, o non ci seguite, o non ci capite, o davvero vi pariamo “matti”, ma il fatto è che per noi bisogna ballare la musica che ci siamo scelti in osmosi con quella che suona l’universo intorno a noi – orrori, scempi e truffe comprese, e tutto il resto è NOIA.

Dopodiché, se finalmente, in qualche modo, saremo capiti (questione marginale, ma nemmeno da nulla, per noi, se non altro per la nostra serenità); se muoveremo, agiteremo, cambieremo qualcosa, potrà dirlo soltanto il tempo. Ma a parte il fatto che siamo già ripagati del nostro “ex-istere” (cioè dal nostro evolvere quotidiano), noi crediamo questo: che certamente, le Marche non sono così belle come crediamo in modo oleografico. Perché qui è forte la trama della “vile prudenza che ci agghiaccia e lega e rende incapaci d’ogni grande azione, riducendoci come animali che attendono tranquillamente alla conservazione di questa infelice vita senz’altro pensiero”. Del resto, e non per caso, queste che abbiamo appena citato sono le parole che scrive Giacomo Leopardi nella lettera al padre Monaldo, nel luglio 1819. Quindi le Marche non sono ancora, adesso, niente di diverso dal posto del ciauscolo, del Varnelli, del lavoretto malpagato o supplicato al potente, dell’abuso, del voto per “l’amico in Comune”, del peccato perdonato che lega insieme cittadini e amministratori. Sì, sono poco altro, le Marche degli “uomini in società”, che perciò, forzatamente, si consolano con le Marche della Natura, degli affetti, dell’intimità. Ma possono diventare altro, anche poco, anche impercettibilmente. E lo possono diventare perché niente, nelle cose umane, è realmente impossibile.

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