Burchio: 3 anni dopo il PD prende tempo

Sul Burchio vedremo cosa è meglio fare dopo la sentenza del Consiglio di Stato. La Ubaldi a suo tempo fece un blitz, blindando la pratica nel giro di pochi giorni. Occorre non essere supini al privato e trattare con l’investitore per avere il più possibile per la città. Allo stesso tempo non vestiamo i panni degli estremisti, pretendiamo il giusto ma non reiteriamo cause temerarie che ci manderebbero incontro a risarcimenti pesanti“. Parola di Giovanni Giri, candidato sindaco del PD Porto Recanati alle Comunali del maggio prossimo. Il tutto detto e successo ieri alla Sala Biagetti del Castello Svevo, per la presentazione del libro Le città fallite“, di Paolo Berdini, Donzelli Editore.

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Ma ecco la nostra cronaca. All’incontro organizzato dall’Associazione Lo Specchio manca la stampa locale. Manca il grosso dei partiti politici locali. Addirittura mancano l’autore e il presentatore, per problemi di salute e impegni sopravvenuti. Non solo: ci sono 20 persone in tutto, scemate via via fino a 10. Però gli spettatori ascoltano assorti Maurizio Sebastiani, presidente regionale di Italia Nostra, che illustra il libro di Berdini, che parla del fallimento economico di 180 comuni italiani, del liberismo imperante che ha permesso la liquidazione delle proprietà pubbliche, delle inutili grandi opere che si continuano a costruire, appesantendo città già da molto incapaci di garantire i servizi più elementari. Sebastiani, tra l’altro, ha ricordato l’art. 41 della nostra Costituzione, che parla di proprietà privata e del suo essere sottomessa “alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Pure Semplici entrava nella questione, domandando in che modo possiamo salvare le nostre città, e ricevendo da Sebastiani una risposta che restava sul piano generico e nazionale, tra un invito al recupero – che tra pochi anni sarà l’80% del settore edilizio – e qualche considerazione, poi ripresa più ampiamente, sui centri commerciali naturali e altre soluzioni per risolvere la questione in città.

Ma poi è successo qualcosa. Già, perché mentre nel giro di 30-40 minuti se ne erano andati Lorenzo Riccetti (UPP, ex vicesindaco) e Umberto Santucci (responsabile della comunicazione del M5S Porto Recanati), in sala era rimasto Giovanni Giri, preside dell’ITIS di Recanati nonché, come detto, candidato sindaco del PD Porto Recanati. E così, dal tavolo dei relatori, abbiamo preso a parlare di Burchio, percependo da subito l’interesse di Giri e del suo vicino di posto, l’avvocato Aldo Sichetti (già membro del direttivo PD locale, consigliere presso Astea Energia Spa, cioè il ramo Astea che si occupa di Elettricità e Gas).

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Chi non ha seguito il dramma edilizio-politico-mediatico-shakespeariano del Burchio può rimettersi in pari con il “serial” cliccando qui, qui o qui. Per ora basti sapere che si tratta di un progetto edilizio che ha comportato una megavariante – da terreno agricolo a R1, cioè edificabile a scopo turistico. Variante che passa col sindaco Ubaldi (UDC) nel dicembre 2013, viene cassata nell’autunno 2014 dalla giunta successiva (sindaco Sabrina Montali, con PSI, PD, UPP, Alternativa Civica, Sel, Paese Vero), finché nasce un contenzioso innescato dalla Srl proponente. L’oggetto del contendere è un resort 5 stelle superior, dal costo dichiarato di 70 milioni (ma erano 40-42, all’inizio), per 78mila metri cubi di cemento da collocare su un colle (il Burchio, zona Montarice) che misura 34 ettari (2% del territorio cittadino) cade a picco con un crepaccio sul bordo del fiume Potenza, lambisce due frane in movimento e una villa romana del II secolo DC e affaccia su depuratore, Hotel House, uno spicchietto di mare e a meno di 80 metri la A14 col suo fracasso di camion e auto (ricordiamo che per legge un 5 stelle deve restare aperto 24h 12 mesi l’anno).

La pratica è in mano al Consiglio di Stato, cui ha fatto ricorso il Comune – commissariato da 9 mesi – di Porto Recanati, dopo una prima sentenza del TAR favorevole alla ditta proponente, la Coneroblu Srl, in quanto ha fatto fuori la delibera Montali, ma favorevole anche alle tasche dei cittadini, in quanto non ha riconosciuto un danno per il “dietrofront” del Consiglio Comunale del 21 novembre 2014 (in cui la variante, già adottata in prima istanza un anno prima, non fu approvata). Il Consiglio ha fatto sapere alle parti che per le udienze basta così: dal 19 gennaio aspettiamo la sentenza, che secondo alcuni dovrebbe arrivare a marzo (ma secondo chi scrive potrebbe slittare anche più in là nel tempo).

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Per inciso, intorno alla grana del Burchio hanno girato: le elezioni comunali 2014, vinte da Sabrina Montali in salsa anti-Ubaldi e anti-cemento (anche i destri più destri votarono la sindaca “de sinistra”); la prima importante spaccatura interna alla coalizione montaliana, con 2 consiglieri su 4 del PD che, dicendosi preoccupati per una causa civile per danni contro il Comune, si alzano al momento fatidico del voto in Consiglio; una campagna stampa tambureggiante pro-Burchio da parte del giornale più venduto in città, il Corriere Adriatico, durata circa 330 giorni; la convergenza pro Burchio di associazioni degli edili, notabili, presidente regionale Giammario Spacca, presidente della Provincia di Macerata Antonio Pettinari, Confindustria nella persona del presidente Giorgio Squinzi (patron della MAPEI e del Sassuolo Calcio); alcune diffide con minaccia di causa civile per diffamazione, inviate dalla Coneroblu al sottoscritto, al giornale per cui scriveva, a un dirigente di Italia Nostra, sempre reclamando la stessa cifra, cioè 465mila euro (ne riparleremo).

Ma torniamo a noi. Abbiamo chiesto a Giri: “Se il Consiglio di Stato dovesse confermare in toto la sentenza del TAR Marche, e se lei diventasse sindaco e avesse da giocare la palla che a quel punto sarebbe tornata nel campo del Comune, che cosa farebbe: una delibera che dice Sì al resort al Burchio, o una delibera che ripeterebbe il No? (va da sé che non si potrebbero, a quel punto, ripetere le motivazioni montaliane bocciate dal CdS, ma si potrebbe comunque chiudere l’iter con una disapprovazione, ndr)”. A quel punto Giri prende il microfono e comincia così: “Ai tempi del Borgo Marinaro ero in giunta e ottenemmo dai costruttori 2 miliardi di lire per realizzare il cavalcaferrovia. Penso quindi che l’amministrazione debba trattare per avere ben di più di un marciapiede”. Prosegue Giri, con un atteggiamento che ci appare tra l’imbarazzato e l’incerto: “Qualche passo avanti di troppo l’abbiamo fatto nel consumo del nostro territorio. Quella proposta nel libro è una linea che non avrei difficoltà a sposare se fossi sindaco. Perché non voglio fare un adeguamento supino alla proprietà privata: centinaia di metri cubi sono stati autorizzati nel corso degli anni, sicché è ora di pretendere i giusti criteri di risparmio energetico, di imporre l’obbligo di avere apparecchiature adeguate etc. Ma non adottiamo un’ottica punitiva o di penalizzazione…”.

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A quel punto si alzano delle voci dissenzienti in sala. Giovanni Pierini, del direttivo nazionale PSI, già alleato del PD fino a quando Montali lo congedò “materialmente” dalla coalizione, esclama nervosamente: “Al consiglio comunale il PD come ha votato? Diccelo!”, al che Giri replica con un “Cosa cazzo c’entra che è mancato il voto compatto del PD?!” che rimette in circolo la dopamina degli astanti. Intervengono Domenico Frugis, già nel direttivo ANPI cittadino, e l’avvocata Anna Maria Ragaini, già protagonista, 5 anni fa, della lotta contro il rigassificatore della Suez Gas de France (“Avete cambiato idea rispetto a una campagna elettorale che fu impostata contro il Burchio? O ci prendete in giro?”, dice lei). Entrambi contestano Giri, lo richiamano a una risposta puntuale alla domanda sul “che farebbe”, e quello riprende il filo: “Quando la tela non è pulita non si può ricominciare daccapo. La sentenza del TAR ha fatto a pezzi la delibera del sindaco Montali, che in campagna elettorale fu saggia, limitandosi  dire che le carte andavano studiate. Io dell’investimento penso molto negativamente. Quando e se toccherà a noi decideremo cosa è meglio fare“.

La riunione si scioglie poco prima delle 20. Ci resta nel petto l’impressione di un’occasione sprecata per riflettere sul futuro di una città di 12mila abitanti, oppressa da 50 anni di cemento a cataste, luoghi in degrado, cotruzioni incompiute, deficitarie, quartieri interi allacciati male o per nulla alle fogne. Ci resta in testa anche una frase pronunciata da Sichetti: “Hai voglia a dire che bisogna ristrutturare, conservare e recuperare. Le case di Mengoni a quelle cifre non le vuole nessuno, è più facile comprare il nuovo, specie per i giovani che se ne vanno a vivere fuori città”. Così ci viene da fare, a freddo, un’altra domanda: ma qualcuno sta pensando a nuove lottizzazioni di edilizia abitativa a Porto Recanati? Nel caso, fateci sapere. Magari entro la data del voto.

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