MA DOVE CA**O VUOLE ANDARE MARCHEBBELLO?

 

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Hägar-the-Horrible, dal sito hagarthehorrible.com @Dik Browne.


Diversi nostri lettori sono perplessi per il fatto che Marchebbello si è spostato quasi in pianta stabile su Facebook, con la pagina omonima
, che raccoglie circa 550 Mi piace, 80 dei quali espressi nelle ultime 4 settimane, con una campagna mirata. Sui social Marchebbello si abbandona alla satira, alla battuta fulminea, al paradosso, all’estrapolazione intellettualistica, filosofica, alla boutade, al gioco linguistico; a un linguaggio, in definitiva, più disinibito.

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Marchebbello è quindi diventato, complice l’ambiente e le possibilità di condivisione dei social, un blogazine fatto di video, foto, flash spesso trasmessi in diretta da posti dove ci troviamo a godere di uno spettacolo, di un paesaggio, di un confronto in pubblico: una miscellanea, un caleidoscopio di notizie, impressioni, spunti, critiche, osservazioni su una terra così bella che se ci buttassimo il diserbante sopra per 300 anni nel 2317 ci troveremmo qui a dire “Però le Marche, che bèèèèllèèèèèèèèèè!”, come fanno i milanesi quando nominiamo la nostra regione nei dintorni del Naviglio, oggigiorno.
E però questa dispersione un po’ “artistica”, questa scarica di 20-25 post al giorno su Facebook, con atteggiamenti che appaiono strafottenti, derisori e anche peggio, non piace a tutti. Ed è spesso tacciata come “partigianeria”, perché diciamo il nostro pensiero, come “follia”, perché incrociamo stili, geografie, link e suggestioni, come “calunnia”, perché facciamo nomi e cognomi anche di persone incapaci, incompetenti o generalmente ritenute pericolose. Sicché uno si domanda: “Ma dove vuole andare, che vuol fare Trevisani?”. E ancora: “Ma perché non stai un po’ in pace, invece de cercà danno?”.

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L’area del Burchio vista da sud-est, con la frana in avanzamento, cartografata P3 nelle mappe del PAI che non piacciono al Comune di Porto Recanati, scavata in verticale dal corso del fiume Potenza – la zona delle Llame, per stare all’espressione dialettale con cui è indicata l’area.

Ma veramente il problema che vogliamo evidenziare è proprio questo dei “danni”: perché alle Marche stiamo facendo molto male, molto male taciuto – per comodità e timori – che perciò – con l’aiuto di una parte dell’informazione, bigotta, codina e in soggezione, quando non complice dei lampisteri della politica e degli affari – passa inosservato. Sicché questo nostro dire, con sarcasmi, con parresìa, inquieta, scoccia e desta antipatia nei confronti del giornalista, che a questo punto è detestato, o compatito, o visto con irritazione, per il suo sforzo di essere all’altezza del filosofo, del maestro, del suo concetto del mestiere. E tutto ciò molto al di là del fatto che poi si rischi davvero qualcosa – giacché nella Repubblica del Bobò che hanno edificato Partito Democratico, UDC e vari imprenditori, faccendieri e biscazzieri nelle Marche i rischi sono quasi sempre minacciati, paventati, suggeriti, ingigantiti, per intimidire, spaventare, condizionare l’azione dei cronisti, degli attivisti, dei terremotati, degli sfollati, di chi chiede giustizia, ascolto, dibattito.

Ora, l’autore di Marchebbello si chiama Alessandro Trevisani​, ha 45 anni – e non 15 – e dopo 11 anni di professionismo giornalistico – dove ha lavorato per Corriere della Sera, Fatto Quotidiano, Mediaset e diversi altri, piazzandosi n. 160 tra 2928 che hanno tentato il concorso pubblico per entrare in RAI nel 2015 – ha tratto questa conclusione: senza mezzi e col solo uso dei social è POSSIBILE disarticolare l’accrocco di affari&interessi&silenzi&politica, parlando alle persone libere – del resto chi è schiavo non ci ascolta comunque, anche se capisce benissimo quello che diciamo, molto meglio dei cittadini ignari e schiavi lo stesso, ma schiavi inconsapevolmente. E così, parlando un po’ con la voce dei “liberi”, un po’ con la voce di chi per paura, spavento di ricatti e autentica intimidazione deve tacere per forza, si può scalfire in modo robusto questo sistema che ci prende la borsa e ci lascia il “campare”, che non è la stessa cosa dell’esistere, cioè della sola vita degna che conosciamo.

Come fare, quindi, a resuscitare uno spazio pubblico che è diventato un mercato delle vacche e dei silenzi vigliacchi e comodi, gestito in sinergia dalla Chiesa, dai costruttori, dalle consorterie, dagli editori e dai mammasantissima della politica? Si può fare con la satira, con l’ironia, col sarcasmo, con le DOMANDE. Con le foto, coi video, lasciando interagire, anche nella polemica, i pensieri confliggenti, discordanti, inespressi, che su Marchebbello, una volta strofinata la patina di diffidenza e paura, possono trovare spazio di esplicitazione.

Soprattutto bisogna RIDERE, spellando via il vestito di un re che è già nudo e che si fa male col “nostro piangere”, ma più ancora, crediamo, col nostro sbellicarci. E bisogna DIVERTIRSI, come ha detto bene il direttore del Fatto.it Peter Gomez a Porto Sant’Elpidio, per Parole&Nuvole, lo scorso 7 giugno.

Perché al giornalista non interessa CHI si arrabbia, o fare la conta di quante volte ha offeso Tizio e quante Caio, con quella contorsione del servilismo che oggi si chiama “par condicio”, per cui si dovrebbe mettere a tutti i politici lo stesso “voto”, per sembrare equanimi, come se le persone fossero tutte uguali e il compito del cronista fosse ammannirvi questa pantomima goldonesca; e invece no, al giornalista interessa COSA succede, e poterlo dire liberamente, appunto “divertendosi”, cioè esprimendo la propria passione di informare e dire il proprio pensiero, nello stesso modo tambureggiante, sincopato e disinvolto dei Mao Branca di Marina di Montemarciano.

Perché a Marchebbello, lo ripetiamo, non interessa campare e mettersi la divisa del giornalista, col tesserino e la firmetta sotto al pezzo; no, a Marchebbello interessa esistere, cioè, latinamente, EX-ISTERE, “spuntare fuori”, che letteralmente si potrebbe tradurre con “stare fuori”. Ecco, vedete l’etimologia come ci aiuta? Proprio perché siamo in questa “estasi”, in questo “stare fuori”, ci dicono che siamo “matti”, o che facciamo i protagonisti. Perché esistere davvero, da queste parti, cioè fare davvero i giornalisti, gli avvocati, i giudici, le forze dell’ordine, i commercianti, gli artisti, i professionisti e gli artigiani, senza baciare le mani e leccare i sederi, senza attaccarsi a qualche branco atteggiandosi a “egregi” ben dentro il gregge, è un fatto vistoso, rumoroso, complesso. Anzi è quasi vietato, e nelle Marche mette molto in imbarazzo tantissime persone il fatto di dire e agire liberamente. Ma abbiate pazienza, purtroppo per gente come noi ex-istere e vivere sono la stessa cosa. Quindi ci dispiace tanto se ogni tanto vi ci rompete le corna, o non ci seguite, o non ci capite, o davvero vi pariamo “matti”, ma il fatto è che per noi bisogna ballare la musica che ci siamo scelti in osmosi con quella che suona l’universo intorno a noi – orrori, scempi e truffe comprese, e tutto il resto è NOIA.

Dopodiché, se finalmente, in qualche modo, saremo capiti (questione marginale, ma nemmeno da nulla, per noi, se non altro per la nostra serenità); se muoveremo, agiteremo, cambieremo qualcosa, potrà dirlo soltanto il tempo. Ma a parte il fatto che siamo già ripagati del nostro “ex-istere” (cioè dal nostro evolvere quotidiano), noi crediamo questo: che certamente, le Marche non sono così belle come crediamo in modo oleografico. Perché qui è forte la trama della “vile prudenza che ci agghiaccia e lega e rende incapaci d’ogni grande azione, riducendoci come animali che attendono tranquillamente alla conservazione di questa infelice vita senz’altro pensiero”. Del resto, e non per caso, queste che abbiamo appena citato sono le parole che scrive Giacomo Leopardi nella lettera al padre Monaldo, nel luglio 1819. Quindi le Marche non sono ancora, adesso, niente di diverso dal posto del ciauscolo, del Varnelli, del lavoretto malpagato o supplicato al potente, dell’abuso, del voto per “l’amico in Comune”, del peccato perdonato che lega insieme cittadini e amministratori. Sì, sono poco altro, le Marche degli “uomini in società”, che perciò, forzatamente, si consolano con le Marche della Natura, degli affetti, dell’intimità. Ma possono diventare altro, anche poco, anche impercettibilmente. E lo possono diventare perché niente, nelle cose umane, è realmente impossibile.

BURCHIO, VIA ALLA RACCOLTA FIRME DOPO IL “NO” DEI CONSIGLIERI AL REFERENDUM

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L’area del Burchio vista da sud, con la frana in avanzamento scavata dal fiume Potenza – è la zona delle cosiddette Llame. Più su, sul crinale del colle sorgerebbe l’hotel 6 stelle.

Il Consiglio Comunale di Porto Recanati ha bocciato la mozione di referendum consultivo sul progetto del Burchio proposta dal gruppo consiliare Città Mia. La decisione è arrivata poco prima delle 22 di lunedì sera: 11 a 5 la conta dei voti, la maggioranza è stata compatta e contraria, mentre le opposizioni hanno votato per indire una consultazione sulla questione del fu “resort” in località Montarice (non si conoscono ancora i dettagli del nuovo progetto). Alla fine è apparso chiaro che l’unica strada da percorrere per contrastare politicamente il progetto rimane quella di una raccolta firme sufficiente a promuovere ugualmente un referendum, nonostante il voto contrario del Consiglio.

Alla seduta assistevano circa 25 cittadini, tra i quali alcuni proprietari di suoli – ricordiamo che una permuta di cubature dai terreni circostanti facilitò la vecchia variante – più alcuni muratori, capimastri, giornalisti: insomma, la classica “disfida del Burchio“.

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Il momento del voto in consiglio comunale: referendum respinto 11 a 5.

La “telenovela” del Burchio – faraonico progetto di resort 5 stelle superior in un’area tutt’ora agricola di 34 ettari, in zona Montarice – è diventata una “saga” lo scorso 2 febbraio, quando la giunta comunale aveva votato una delibera di indirizzo per incaricare l’Ufficio Tecnico comunale di esaminare una nuova richiesta di variante urbanistica nell’area. Nel titolo della delibera spunta di nuovo la Coneroblu, la Srl che per realizzare il vecchio progetto aveva trascinato in tribunale il Comune di Porto Recanati. La macchina del tempo tornava quindi, quel giorno, alla vigilia del 30 dicembre 2013, quando il progetto Burchio approdò per la prima volta in Consiglio Comunale, poche settimane dopo l’accordo procedimentale Comune-Coneroblu che sarà prima annullato dalla giunta Montali e poi bocciato dal Consiglio di Stato, nell’aprile del 2016.

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In questa foto scattata alle 11,28 del 7 giugno 2016, da sinistra, il vicesindaco Rosalba Ubaldi coi promotori del progetto del resort del Burchio Giancarlo Biagioli e Lidya Karmalyuk.

“Il Comune ha esercitato male la propria pur ampia discrezionalità in materia urbanistica e ha adottato una delibera illegittima”, scrissero i giudici in sentenza. Di Burchio non si parlava nemmeno per sbaglio nel programma di Insieme alla Gente, alla vigilia del voto del 5 giugno che ha portato gli ubaldiani al governo. Anzi, il sindaco in pectore, Roberto Mozzicafreddo, prometteva “5 anni per potenziare la qualità dell’ambiente, valorizzare la città e incrementare il tessuto produttivo”. Nonostante tutto ciò a fine luglio 2016 il Corriere Adriatico rimetteva in circolo i “mormorii” su un “nuovo” progetto del Burchio. E il resto, come detto, è storia recente.

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In tre punti sintetizzato l’impegno di Insieme alla Gente per le elezioni del 2016.

Ma torniamo a ieri sera. Ha aperto la discussione il capogruppo di Città Mia Giovanni Giri: “Negli ultimi decenni Porto Recanati ha avuto uno sviluppo edilizio impetuoso nei suoi 17 chilometri quadrati. Con centinaia di appartamenti mai finiti, lottizzazioni incompiute, problematiche che incidono sulla qualità della vita dei cittadini. Quando una lottizzazione fallisce abbiamo comunque occupato una porzione di territorio in modo irreversibile. E non siamo più ai primi anni ’60, quando c’era per la città lo spazio per espandersi. Secondo noi è giusto che il popolo dia il suo parere diretto su una questione che ha talmente diviso la città“.

Poi è intervenuta Loredana Zoppi per Uniti per Porto Recanati: “È inverosimile che si torni a parlare di burchi e burchietti. Non è bastata la sentenza del Consiglio di Stato, che ha sancito che il Comune aveva esercitato male la sua discrezionalità”, oltre ad avallare l’annullamento disposto dall’amministrazione Montali. “Cambia poco che a diventare edificabili siano 34 ettari, pari al 2% del nostro territorio, o che siano le 80 villette del progetto targato Proton nel 2008 (se ne parla qui, NdR), o le circa 40 del 2013, o il nuovo progetto del 2017. Basta guardare il nostro PRG per vedere che sono tantissime le aree rimaste inutilizzate, dall’area Rossi ai lotti dello stradone Sorbelli. Ma qui si vuole impegnare l’ultima area agricola rimasta. E allora si capisce bene che non è una semplice operazione commerciale. Noi ci sentiamo più che mai investiti del mandato ricevuto dai cittadini nel 2014, ci siamo esposti di persona contro il progetto, rischiando del nostro. Faremo di tutto per contrastare il progetto del Burchio, non ci interessano le discussioni sul referendum, che rimane comunque consultivo e non vincolante. Vogliamo tutelare gli interessi della comunità. Ci appelliamo alla coscienza di ogni consigliere: quali che siano le vostre convinzioni non perdete mai di vista il bene della città“.

Poi è stata la volta di Alessandro Rovazzani, capogruppo di Porto Recanati a Cuore: “La storia del Burchio è iniziata male e finita peggio”, ha esordito l’avvocato, “il Consiglio di Stato ha stabilito che l’area non è idonea per il resort, e dopo 4 anni ancora ne stiamo a parlare. In delibera di giunta si accenna di nuovo a un utilizzo di tipo alberghiero. Ma nemmeno sappiamo quali soggetti hanno promosso questa variante… A questo punto il nostro sarebbe un No al 100%“. Per le opposizioni ha chiuso, sintetico, Sauro Pigini del M5S: “Come Movimento Cinque Stelle siamo contenti tutte le volte che i cittadini possono esprimersi“, dice l’ingegnere, anticipando il suo voto favorevole al referendum.

Il sindaco Roberto Mozzicafreddo ha ribattuto così alle opposizioni: “In settimana avrete tutta la documentazione, ma non riteniamo corretto tornare a consultare i cittadini. Noi abbiamo il diritto e il dovere di governare e di decidere. Vi chiedo di considerare che l’argomento è già noto a voi e ai cittadini. C’è chi conosce il progetto e le sue potenzialità e chi non vuole conoscere la verità e intende restare della sua idea. Sapete che la maggioranza è favorevole, non è una sorpresa per nessuno. Sul merito della proposta andremo nel prossimo consiglio comunale”.

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Alcune lottizzazioni incomplete o mai decollate a Montarice, riprese dal PRG e postate su Facebook da Lorenzo Riccetti di UPP.

Poi ha parlato ancora Zoppi, per la dichiarazione di voto: “Visto che ci date la documentazione in settimana speriamo di trovarci dentro chi ci mette i 60 milioni per realizzare il progetto. Giacché faremo di tutto per ostacolarlo, in conclusione votiamo a favore della mozione”. Ancora Giri: “Noi vogliamo capire se volete davvero ascoltare la popolazione“. A questo punto Mozzicafreddo riprende la parola senza ribattere agli oppositori, in modo molto spiccio fa votare e manda tutti a cena.

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Prima di tornare sul tema con maggiori dettagli ci premono tre considerazioni:

  • Il vicesindaco Ubaldi, in consiglio, non ha detto mezza parola sull’argomento. E l’intera faccenda è stata spicciata in meno di 40 minuti. Fatto notevole, per la mattatrice di Kill Burchio Vol. 1, se vogliamo dare un appeal tarantiniano al filmone visto dai marchigiani tra il 2013 e il 2016…
  • Il sindaco, invece, ha pronunciato frasi gravi e impegnative, che ripetiamo integralmente: “L’argomento è già noto a voi e ai cittadini. C’è chi conosce il progetto e le sue potenzialità e chi non vuole conoscere la verità e intende restare della sua idea”. Esprimersi in questo modo vuol dire ammettere, nemmeno troppo implicitamente, che il progetto nuovo è più o meno quello vecchio. Ovvero riabbracciare, con tutti i crismi della legge e dell’iter urbanistico, ciò che il Consiglio di Stato ha sancito essere una decisione “illegittima”. Con l’aggiunta di un apprezzamento “integralista” per il progetto, che sarebbe incontestabilmente eccellente, tanto che chi lo avversa è tacciato di non voler “conoscere la verità”.
    A che cosa addebitare questa “tracotanza amministrativa“, per la quale si reputa ottimo ciò che la massima istanza di giustizia ha classificato come pessimo? Perché, se proprio di turismo si vuol parlare, non si costruisce in una delle decine di aree che, a Porto Recanati, sono già classificate R1, senza bisogno di varianti – ad esempio sui prati a un passo dal mare di Scossicci, come dicemmo qui? E perché il ticket Ubaldi-Mozzicafreddo insiste invece con una variante urbanistica che destina a turistico-ricettivo un luogo tutto fuorché ameno, con un hotel che si affaccerebbe di fronte a depuratori, A14 e Hotel House? A quali interessi, a quali personaggi corrisponde questo “affare” che dal 2012 muove contatti, pressioni, sponsorizzazioni politiche, campagne di stampa a senso unico?
  • Last but not least: seppure il Consiglio Comunale l’abbia bocciato per indire il referendum consultivo basteranno – per l’art. 49 dello Statuto comunale – le firme di un sesto degli aventi diritto al voto (1617 su 9697, stando ai dati di giugno 2016, ma il conteggio dell’elettorato viene aggiornato ogni anno a marzo). “Toccherà farlo”, trapela dal quartier generale di una delle liste più agguerrite. E allora, se quelli del No alla fine della storia la portassero a casa, in quali condizioni politiche Mozzicafreddo andrebbe a chiudere la faccenda, nonostante il “consiglio” negativo del popolo? E ancora: in quel caso siamo sicuri che a “terminare” saranno le velleità del No? O non terminerà piuttosto la spendibilità politica di Rosalba Ubaldi e della sua “corte”? In attesa delle prossime mosse, chi vivrà vedrà.

CONSUMATI DAL FUOCO (E DAL BUIO): LA DANZA DI ROBERTO CASTELLO VA IN SCENA A OSIMO

Frenetici, ossessivi, compulsivi. Si muovono al ritmo elettronico dell’udu africano, 4 tempi picchiati su questo curioso strumento di percussione a forma di anfora, mixati e rimandati in loop per un’ora di spettacolo. I quattro danzatori di Roberto Castello sono in scena stasera a Osimo, al teatro La Nuova Fenice, dalle 21,15 con In girum imus nocte et consumimur igni. Il titolo è un famoso palindromo latino, cioè una frase che si legge allo stesso modo partendo dal fondo e dall’inizio, e che tradotto vuol dire: “giriamo in tondo nella notte e veniamo consumati dal fuoco”. Ma si tratta anche del titolo di un film del 1978 di Guy Debord, il teorico francese de La società dello spettacolo. Una pièce unica, sulla piazza osimana, a firma di un mostro sacro della danza italiana d’avanguardia.

Che cosa vedremo in scena lo racconteremo domani con la nostra recensione, ma intanto ce lo spiega una delle danzatrici, Giselda Ranieri, che con la compagnia ALDES di Roberto Castello lavora da circa 6 anni: “I danzatori sono in scena su uno sfondo a tratti nero, a tratti del tutto bianco, muovendosi a volte completamente al buio, mentre un software crea schermate di luce a illuminare le sequenze di questo spettacolo“. Niente recitazione, niente parlato, né cantato. “Noi donne abbiamo costumi di un’eleganza austera, scuri, di un panno pesante”, spiega Ranieri, “gli uomini hanno la casacca. In uno scenario da Settimo sigillo, un manipolo di persone cammina continuamente, non si sa per quanto tempo”. Una sorta di metafora della vita, che però non viene in alcun modo recitata. Solo danza in scena, con l’effetto visivo di una pioggia continua, inesorabile, che cade addosso ai performer. “Si passa da situazioni di grande movimento, dove siamo mossi come da una qualche forza esterna, ad altre che richiamano momenti di vana ilarità, la sciocchezza, la violenza, la sensazione di essere persi nel vuoto. Alcune scene sono  più teatrali, come il continuo incedere, l’ansimare con occhi sbarrati, i penitenti prostrati a terra. Ma Roberto ci spinge a non interpretare e non enfatizzare i movimenti“.

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Aldes, In girum imus nocte et consumimur igni di Roberto Castello, foto di Alessandro Colazzo.

Per il danzatore si tratta di uno spettacolo molto difficile a livello tecnico: non ci sono passi, come nel balletto classico, ci sono “qualità di movimento da incorporare”, spiega Ranieri, che prende ad esempio il ritmico dondolare del capo, nella prima sequenza. “Una delle cose più difficili è stata quella di trovare la giusta postura e condizione fisica dei personaggi. Essere curvi, quanto curvi, come camminare. Poi c’è la difficoltà di muoversi nel buio, col solo solo aiuto di 15 star light (sono le lucine utilizzate dai pescatori di notte, ndr) in uno spazio di 10×10 metri, memorizzando fisicamente lo spazio. Si lavora molto a livello corale, annullandosi all’interno del lavoro”. Ma come si prepara un danzatore a uno spettacolo danzato su un ritmo così serrato? “Intanto”, risponde Ranieri, “dopo lo spettacolo facciamo riallineamento e stretching. Prima, invece, ognuno si riscalda in modo personale. E poi, chiaramente, ci sono le prove vere e proprie”.

Come candele, come falene, i danzatori si consumano in un susseguirsi di movimenti meccanici, che si fanno umani percorrendo, impiegando l’energia della nevrosi, dei tic, delle smorfie, che idealmente alimentano i movimenti più fluidi, cioè passi e cambi di posto. Ma allora siamo davanti a una metafora della liberazione dal giogo del lavoro organizzato, meccanico e tecnologico? Qualcuno ci ha visto dell’ironia, o la descrizione dell’odio accumulato in un regime di “familiarità canaglia”, nella vicinanza forzata imposta dagli spostamenti nella metropoli. Ma non ci sono significati espliciti nell’arte di Castello. C’è solo da guardare, immergersi nel buio, nell’ipnosi di un’espressione che è l’offerta totale della propria energia al pubblico. 

IN GIRUM IMUS NOCTE ET CONSUMIMUR IGNI
(Andiamo in giro la notte e siamo consumati dal fuoco)

Progetto e coreografie di Roberto Castello

interpreti (full cast) MARIANO NIEDDU/VALENTINA SECHI, STEFANO QUESTORIO/ALICE GIULIANI, GISELDA RANIERI/ELISA CAPECCHI, IRENE RUSSOLILLO/ILENIA ROMANO

assistente ALESSANDRA MORETTI
luci, musica, costumi ROBERTO CASTELLO
costumi realizzati da Sartoria Fiorentina, Csilla Evinger

produzione ALDES
con il sostegno di MIBACT/Direzione Generale Spettacolo dal vivo, REGIONE TOSCANA/Sistema Regionale dello Spettacolo

durata 1h

Biglietti da 8 a 10 euro

Info: Biglietteria Teatro – 071.7231797

SIAMO IN FERIE FINO A QUANDO SIAMO IN FERIE

La spiaggia del Millelire

Nonostante l’incandescenza politica di questi giorni a Porto Recanati e dintorni noi di Marchebbello siamo in ferie a tempo indeterminato perché:

  • di fare questo blog non ce l’ha chiesto nessuno e non dobbiamo niente a nessuno. Se avete voglia lo leggete, se non trovate nulla di nuovo lo leggerete quando scriveremo di nuovo qualcosa;
  • questo blog non è un giornale, non ha periodicità e non ce lo paga nessuno, quindi lo facciamo quando ci pare e finché lo percepiamo come un contributo fornito in (relativa) serenità e senza troppo disturbo per il nostro lavoro;
  • pur essendo un blog chi lo scrive è un giornalista professionista tenuto all’osservanza della deontologia e delle leggi sulla professione, con tutti i rischi di querele/risarcimenti inerenti ai reati commessi a mezzo stampa, e scrivere 50 post in 5 mesi con questa spada di Damocle sulla testa, in una città abbondantemente popolata da chiagneffotte, guappi e ‘uappeccartone, ne converrete, è un pochino stressante;
  • a differenza dei redattori di un giornale le rotture di cui sopra non le spartiamo né con un direttore né con un editore, né costoro ci danno le ferie, quindi ci mandiamo in ferie da soli per tutto il tempo che ci serve, finché ci serve;
  • a differenza di politici e amministratori non ci ha votati e non ci sostiene nessuno, ergo non abbiamo obblighi verso nessuno, se non a posteriori, ovvero ogni volta che liberamente pubblichiamo qualcosa nel rispetto di tutti;
  • a differenza di politici e amministratori la sequela di insulti, minaccette, lettere legali e lo stress che comportano nel contesto “fiammiferaio”, “minaccettistico” e ‘uappecartoonistico che avvolge Porto Recanati non la condividiamo con un gruppo, un direttivo, una base, una frotta di amici e sodali. No, ce le “pocciamo” tutte per conto nostro, perché questo blog – per nostra scelta che comunque non modificheremo presto – è gestito in toto da una sola persona. Il che, ne converrete, è stressante;
  • a differenza di politici e amministratori non percepiamo rimborsi, non siamo agevolati nell’accesso agli atti, a volte manco ci invitano a conferenze e consigli comunali, insomma ci dobbiamo arrangiare coi mezzi nostri, il che è fastidioso e alla fine anche faticoso;
  • non abbiamo in casa una moglie paziente, ma due genitori anziani che ogni 5 minuti – sempre dato il contesto guappo e/o ‘uappeccartoonistico – ci supplicano di mollare il blog per la loro serenità. Forse, ne converrete, un po’ di “ferie” servono pure a loro;
  • NOTA CONCLUSIVA: anche quando non siamo in ferie, se ci mandate comunicati stampa li leggiamo tutti molto volentieri, ma NON li pubblichiamo tutti, bensì solo quelli che vogliamo noi, quando ci pare il caso per l’attinenza dell’argomento con tematiche che trattiamo e/o notizie che ci interessano, perché questo è un blog e vogliamo fornire un contributo originale. Quello che scriviamo non è e non vuole essere la trascrizione dei vostri comunicati, NÉ la cronaca degli incidentucci, NÉ il funerale del bimbetto morto, NÉ il dettaglio del “paro” de corni o della truffetta online, ma un contributo originale e inedito sui fatti che coinvolgono la dimensione sociale e politica dei paraggi marchigiani. Per tutto il resto c’è la stampa locale.

TOLLERANTI A TUTTO, PREPARATI A NIENTE. PRATICAMENTE MARCHIGIANI

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Ci vuole rabbia, ferocia, determinazione e probabilmente anche premeditazione. Ci vuole parecchio di tutto ciò per uccidere un uomo con le proprie mani. Pare che il colpo letale, a Emmanuel Chidi Namdi, 36 anni, sia stato dato con un palo della segnaletica stradale. Una botta alla nuca che gli avrebbe spappolato il cervelletto, riducendolo in coma irreversibile, nella serata di martedì. Fino alla morte, avvenuta ieri sera. Piange la compagna Chimiary, 24 anni, che nella colluttazione coi due “ultras” della Fermana le aveva prese anche lei. Piange l’anima di tutto il Paese, almeno quello che non si lascia abbrutire da sottilizzazioni e crudeltà che fanno gelare il sangue – per averne un saggio leggete i commenti a questo articolo del Giornale.

La storia di Emmanuel e Chimiary, poi, era agghiacciante già prima del fatto: avevano perso i genitori e una figlia di 2 anni in un attentato di Boko Haram a una chiesa, in Nigeria. Lei ha perso un altro figlio durante la traversata nel Mediterraneo, per raggiungere quell’Italia dove il marito ha trovato la morte. E mentre c’è un indagato – un fermano 38enne, tale Amedeo Mancini, stando a CM – la sola cosa certa è che è successo tutto qui da noi, nelle Marche, in un humus di razzismo e provincialismo nutrito a Facebook e Quinta colonna, dove un distinguo benaltrista (“E a casa loro, figurati, come fanno?”)  è la premessa di un sillogismo pratico che autorizza a tutto. E finisce con le botte che uccidono, senza che nessuno si accorga, prima, che c’è qualcosa che non va, in curva, a scuola, in palestra. Che c’è gente fuori controllo che si regola “per contro proprio”.

Don Vinicio Albanesi

Don Vinicio Albanesi ©Stefano Dal Pozzolo

Intanto, però, diamo la parola a Don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco, che da 8 mesi ospitava Emmanuel e quella che di fatto, pur non essendo sposati, era sua moglie. Prendiamo qualche frase da questa intervista telefonica a Radio Capital, pubblicata online da La Repubblica.

Sull’ambiente in cui si innesca l’episodio: “C’è un’arroganza gratuita nei confronti degli stranieri. Un mondo ristretto, ma violento, di una violenza gratuita”. 

Sugli autori del fatto: “Personaggi che si divertono a diventare coloro che salvano la patria, se la prendono coi preti che aiutano gli stranieri o fanno opera di accoglienza, approfittando della tolleranza che la gente ha. Teste calde che fanno una specie di circolo, coinvolgono i giovani…”.

Sulle Marche e il fermano: “Non è mai stata una terra di rifiuto e di razzismo. Chi sta al mare è sempre tollerante, ma questo fa da sostrato a questi picchi di arroganza che la passano liscia. Questa è gente conosciuta dalla polizia, condannata più volte. C’è una specie di sottovalutazione del fenomeno”.

Don Vinicio dice pure che gli autori del fatto sono del “giro delle bombe davanti alle chiese“. Noi ne avevamo scritto sulla nostra pagina Facebook: i luoghi di apostolato di Don Vinicio, da gennaio in qua, sono stati colpiti da quattro ordigni. Tre esplosi senza far vittime, davanti a tre chiese: Duomo, San Tommaso, San Marco alle Paludi, quella dove fa messa Don Vinicio. E un quarto inesploso, ma trovato sotto il portone della chiesa di San Gabriele dell’Addolorata a Campiglione di Fermo.

Nigeriano_Redatt

La notizia su Redattore Sociale

Partiamo da qui. Le bombe per Don Vinicio. Prete scomodo, criticato, prete dell’accoglienza. Prete che toglie le prostitute dalla strada, a Lido San Tommaso. Che organizza un’agenzia, Redattore Sociale, dedicata a emarginazione, handicap e integrazione, che ha fatto scuola nel mondo del giornalismo. Un prete che ricovera 124 profughi, tra cui 19 nigeriani, al seminario arcivescovile di Fermo (NB Emmanuel aspettava da almeno 7 mesi la risposta alla sua domanda di asilo – e fuggiva dagli islamisti tagliagole di Boko Haram, mica dalla Brexit, ne vogliamo parlare?). Ad ogni modo le bombe dirette a intimidire Don Vinicio avevano “conquistato” i titoli di apertura del Carlino, del Corriere Adriatico, dei nostri giornali. Ma questo sarebbe ovvio. E soprattutto non basta. Erano quattro bombe. QUATTRO. Sulle nostre chiese. Quanti, nelle Marche e fuori, conoscono questi fatti? Chi li ha messi a tema? Chi ci ha fatto un’inchiesta? 

Ma andiamo avanti. Noi Don Vinicio l’avevamo conosciuto due settimane fa, partecipando a un’affollata e bellissima serata de L’altro festival, alla terrazza di Capodarco. Si tratta di una kermesse di cinema condotta ogni anno dalla iena Andrea Pellizzari. Per farsi un’idea solo quest’anno c’erano ospiti Jasmine Trinca, la iena Pif, i Marlene Kuntz, in un pout pourri di lungometraggi, cortometraggi, degustazioni gratuite. Quella sera c’era Luca Marinelli, lo Zingaro di Lo chiamavano Jeeg Robot, che in mezzo a 400 persone si è rivisto un altro suo bellissimo film, Non essere cattivo, per poi concedersi a una cinquantina di entusiasti “selfisti”.

Marinelli_Capodarco

Con Don Vinicio, invece, avevamo scambiato due parole a fine serata. “Io la tengo d’occhio, Don Vinicio, per la prossima intervista che faccio”, fu il nostro approccio, “a proposito, le indagini?”. E lui: “Mah, i carabinieri di qui non hanno la logistica, non hanno i mezzi. Non ce la fanno”. Poi Albanesi aveva imboccato l’ingresso della Comunità e noi l’avevamo congedato con una frase amara: “Bene. Anzi, male”. Una chiacchieretta rachitica, che dice molto del nostro essere marchigiani, tolleranti, morbidi, cinici, e perciò, volendo, inclini ad ingoiare di tutto.

Proprio così. Stavamo parlando di bombe, e abbiamo fatto cadere il discorso. Come se un’intervista con Don Vinicio, per essere fatta, debba aspettare la prossima bomba – cosa che però è parte del giornalismo, che batte il ferro caldo, non ragiona a freddo, né fa dibattito su una bomba di 2 mesi, 2 settimane, anche 2 giorni fa, ma scherzi?, e infatti un settimanale aveva già declinato una nostra proposta d’intervista, a maggio. Non solo, Marchebbello su quelle bombe aveva preparato un post, Bomba o non bomba, che faceva un mazzo solo con l’ordigno inesploso trovato davanti al Tribunale di Ancona il 28 aprile scorso. Un pezzo che giace da due mesi nelle nostre “bozze”.

Bomba o non bomba

Eh già. Perché noi di Marchebbello siamo marchigiani pure noi, cosa credete. Mica stiamo lì col taccuino aperto e la videocamera carica 24h. Macché. Anzi. Sentiamo il terremoto all’alba nel letto, al largo di Numana, e ci giriamo dall’altra parte. Picchiano una ragazza incinta mandata a prostituire in pineta, a Porto Recanati, e lo lasciamo scrivere agli altri. L’Hotel House, 3mila abitanti, quasi 4 d’estate, è senz’acqua potabile da 7 mesi, e lo diciamo “di sbiffo” in un post di campagna elettorale. Perché ci vuole una bella dose di paciosa, criminogena, autolesionistica tolleranza, per dirsi marchigiani, oggi. Si indigna poco, il marchigiano, fa l’uomo di mondo. C’è puzza di riciclaggio intorno ai soldi dell’operazione “turistica”? “Evabbeh, chissà come li faranno gli alberghi, al giorno d’oggi! Eddaje!”, ti risponde un compaesano. “Oh, sarà pure la mafia, nomme frega: se fanne el resort io vojo sapè, venno più pizze?“, ci chiede un commerciante, un altro baldo conterraneo, due anni fa. E via languendo, tollerando. Uniformandosi.

Nigeriano_Giornalett

La notizia su Giornalettismo

Quindi ha fatto centro Don Vinicio, parlando alla radio. La nostra “tolleranza” non è comprensione. Ma il “sostrato”, lo sfondo dove tutto sta bene, tutto si incastra e convive: picchi di talento, generosità, inventiva, coraggio sportivo, ma anche squallore, violenza, ferocia, intimidazione. Tamberi, Di Francisca, Vale Rossi. Delitto Sarchiè, Banca Marche, strage di Sambucheto. Il marchigiano vede ma non contempla, sbircia ma non giudica, valuta, ma non apprezza, né condanna. “Strozza” tutto con la Passerina, con la crema fritta, con la Vernaccia.

E non si lascia colpire, il marchigiano, sfuggendo così alla teoria dello “choc”, enunciata da Walter Benjamin 100 anni fa, e diventata da tempo il principio regolatore della nostra società: per l’uomo moderno ogni esperienza è un piccolo knock out, un urto senza il quale non ci accorgeremmo di nulla (da cui la cultura della discoteca, la società dello spettacolo, il culto del corpo e dell’immagine). Ma il marchigiano “medio” – similmente a tanti italiani, per carità – è già oltre: non va mai KO, non si impressiona, metabolizza senza crescere, diventa “grande” senza fare imprinting, quindi senza prepararsi. Ha il pentagramma “alto”. Mette tutto tra le righe. Perdona. Anzi, dimentica. Anzi, fa finta de gné, fin dall’inizio. Gli occhi a mezz’asta, il fare scocciato, non si compromette, non si manifesta, non si espone. Non critica, si adatta. Non vive, sopravvive. Si comporta ammodo. E malsopporta chi diverge dall’andazzo generale, anzi lo bacchetta, lo avverte, lo biasima a forza di co’ te frega?

Così stamattina verrà Angelino Alfano a Fermo. E si farà un giro “riverginante” tra i profughi, per aggiustarsi l’immagine stropicciata dal caso delle “nomine” e farsi bello coi giornalisti “de sinistra” e i partner di governo. E con Alfano ci rivergineremo anche noi: gli indifferenti, i malavoglia, i lassa ‘ndà. Ci sarà un bel po’ di “cinema”, altro che Marinelli, e i giornali confezioneranno qualche reportage su “Fermo violenta”, sulle frange del tifo impazzito. Qualcuno si offenderà, obietterà che “non siamo così, è un’immagine distorta”. E poi via come prima. Duri di testa, come gli scogli. Morbidi di atteggiamenti, come il ciauscolo. Fino al prossimo Emmanuel.